Tra le morbide colline dei Monti Sibillini, affacciato su ampi panorami rurali, Monte Vidon Combatte è un borgo intimo e autentico, dove il tempo sembra rallentare e ogni scorcio custodisce memoria e poesia. Un piccolo gioiello delle Marche, da scoprire con lentezza e curiosità.

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Collina Vecchia E Collina Nuova: La Storia

Collina Vecchia e Collina Nuova

Due anime, una sola storia tra fede, natura e rinascita

Tra le colline di Monte Vidon Combatte si intrecciano due anime dello stesso luogo: Collina Vecchia, antico castello medievale costruito su un promontorio naturale, e Collina Nuova, il borgo rinato negli anni Trenta del Novecento.
La prima, fondata nell’Alto Medioevo, fu un tempo sede di intensa vita artigianale e spirituale, legata ai monaci farfensi di Santa Vittoria in Matenano. Sorta intorno alla chiesa di San Salvatore “in nemore”, immersa in un fitto bosco che la proteggeva e la nutriva, Collina Vecchia prosperò come curtis agricola e poi come comune autonomo fin dall’XI secolo. Il suo paesaggio naturale, rigoglioso e difensivo, rappresentava al tempo stesso una risorsa e una protezione: il legname dei boschi alimentava l’economia, mentre il verde nascondeva il borgo agli occhi dei nemici.

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Le origini e la storia

Le origini di Monte Vidon Combatte si perdono nella notte dei tempi. Fin dal IX secolo a.C., il territorio era abitato dai Piceni, popolo agricolo e guerriero profondamente legato ai culti femminili e profetici, come quello della dea Cupra e della Sibilla.
Secondo alcune ipotesi, nei pressi di Collina Nuova sorgeva l’antica città di Novana, scomparsa probabilmente in seguito a eventi bellici o naturali. La zona era attraversata da un’importante arteria romana, la Via Salaria Picena, che collegava la costa adriatica a Rimini.

Con la romanizzazione del Piceno (III sec. a.C.), il territorio entrò stabilmente nell’orbita di Roma, mentre dopo la caduta dell’Impero fu travolto dalle invasioni barbariche e dalle carestie del primo Medioevo. In questo periodo giunse nel Piceno San Marone, considerato il primo evangelizzatore della regione: a lui è legata la leggenda del “Pozzo di San Marone” a Collina Nuova, ancora oggi luogo di devozione.

Citata nei documenti come castrum de Collina, la località passò sotto la giurisdizione di Fermo nel XIII secolo, contribuendo alle spese del suo podestà. Nonostante la posizione favorevole e la solidità delle mura, il castello fu più volte colpito da frane e terremoti, aggravati dal progressivo disboscamento dei pendii. Le lesioni agli edifici e gli smottamenti costanti resero l’area sempre più fragile, finché nel XIX secolo Collina Vecchia fu definitivamente abbandonata.

Dopo anni di studi e sopralluoghi, nel 1930 fu deciso di fondare Collina Nuova, in una posizione più sicura e stabile, a circa 325 metri d’altitudine. Il nuovo villaggio sorse attorno alla chiesa di San Marone, già luogo di culto e devozione popolare, costruita in forme moderne nel 1937 e restaurata negli anni Novanta.

Oggi Collina Nuova si presenta come un tranquillo borgo rurale con una piazza centrale, un parco e abitazioni ordinate, che alternano elementi tradizionali e architettura contemporanea. Le rovine di Collina Vecchia, raggiungibili tramite un sentiero panoramico da San Procolo, raccontano ancora — tra ruderi, pietre e silenzi — la storia di una comunità che, pur costretta a lasciare la propria terra, ha saputo rinascere mantenendo viva la propria identità.

Appena fuori dalle antiche mura sono ancora visibili i resti della chiesa dell’Annunziata e della fonte comunale, mentre la chiesa del Santissimo Salvatore, con le sue grotte a volta e l’antica cripta, continua a evocare il passato sacro e laborioso di questo suggestivo angolo della Val d’Aso.

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